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HAGAR Blog


Sei nella categoria: Le Teorie di Hagar

Mercoledì, 02. Aprile 2008
Corsi e ricorsi storici
By hagaris2, 22:47

Su Sorelle d'Italia, Flavia Amabile scrive:

SALVATECI VOI

Dalle parti di San Pietro lo hanno ammesso per la prima volta. I musulmani sono più numerosi dei cattolici perchè fanno più figli. Sono il 19,2% della popolazione mondiale contro il 17,4% dei cattolici. Tutto chiaro, no?

 

Ecco il mio commento al post... e poi continuo.

Essendo per me la fede un gigantesco punto interrogativo, penso che se avessi un figlio cercherei di conoscere assieme a lui (o lei) i fondamenti di tutte le religioni, per far sì che lui possa poi scegliere liberamente e spontaneamente quella che sente più vicina al suo modo d’intendere la vita e la morte.

Mi sarebbe piaciuto se l’avessero fatto con me ai tempi, a casa, a scuola, in TV. Ma non funziona così in Italia.

Quanto ai figli, temo che fra un po’ finirà come al tempo di Mussolini, quando i single pagavano una tassa ad hoc per il fatto di non procreare, i genitori dei nuovi nascituri ricevevano in premio un diploma e l’onore di stringere la mano del duce, i nuovi arrivati un libretto con dei soldi dentro.

Mussolini predicava che un popolo debole era un popolo sterile e un popolo forte era un popolo fertile. Gli servivano nuovi nascituri perché doveva comporre nuovi eserciti, per colonizzare l’Africa prima, e poi chissà. Lui voleva ricreare l’Impero. Voleva nuovi nascituri per mandarli a morire in guerra, in buona sostanza.

Mussolini e il Papa di allora erano molto amici, sapete? Erano perfettamente concordi sulla campagna da fare a favore della famiglia...

Ora c’e Ratzinger. E anche lui vuole tanti nascituri in più. E' scattato l’allarme: I musulmani hanno superato di numero i cattolici. E allora VIA! Tutti a fare figli.

Anche Ratzinger, come Mussolini, vede concentrato in un numero il suo potere nel mondo, e non capisce che la conta che fa - il numero dei battezzati - è già di per sé una sconfitta perché, come ha detto un uomo intelligente qualche giorno fa, "crescere e basta non significa niente se non c'è anche un contenuto che cresce dentro". Quella frase mi colpì moltissimo perché, sebbene sia stata detta con riferimento alle aziende, per me di fatto vale per tutte le cose. La quantità da sola NON è indice di vera grandezza. 

In questo bel girotondo di campagne pseudo religiose e pseudo politiche in difesa della vita e della famiglia forse si scopre che alla base della lotta non c’è tanto l’interesse per la vita in quanto tale ma la bramosia di non vedersi rosicato neanche un po’ del proprio potere. Ogni nuovo nato in Italia, infatti, rafforza l’esercito dei cattolici. A Ratzinger non gliene fotte niente degli africani che muoiono di fame e di aids ogni giorno a migliaia, e lo dico papale... papale. Quella non è forse vita da proteggere con le unghie e con i denti? E non lo si dovrebbe fare cominciando a distribuire preservativi gratuiti a tutti? Io ritengo di sì. 

A Ratzinger non gliene fotte niente neanche di raccogliere insieme nella stessa stanza tutti i grandi capi delle religioni del mondo, come fece Woitila prima di lui, per seminare pace e amore nel mondo.

Ratzinger che fa il giorno dopo che si insedia al potere? Taglia i fondi alle congregazioni religiose missionarie. Avete capito bene. Congregazioni tipo quella di Madre Teresa di Calcutta, per intenderci, e quella dei Comboniani, che io conosco bene e infinitamente ammiro.

Resta sempre valido il loro invito per una vacanza al Cairo: non a fotografare piramidi, ovviamente, ma a raccogliere beni di prima necessità nelle varie discariche a cielo aperto che ci sono. Questo fanno i comboniani di mestiere, per chi non lo sapesse.

E dove ha dirottato quei soldi benedetti Ratzinger? Li ha dati alle strutture vaticane addette alla formazione dei preti destinati a fare carriera. Non fa accapponare la pelle anche a voi questa cosa? A me sì, tanto. Mi spiace per coloro che pensano che questo papa sia un grande papa, perché i fatti dimostrano il contrario, e cioè che è un Capo di Stato privo di scrupoli e basta.

Chi mi ha raccontato questa storia dei fondi vaticani? Un comboniano, naturalmente. Non uno qualunque, ma uno di quelli che sarebbero andati da li a poco in Vaticano a tentare di far cambiare idea a Ratzinger assieme a tanti altri, perché senza quelle risorse economiche non sapeva quante vite in meno avrebbero potuto salvare da quel giorno in poi.

E qui il discorso si chiude per me.

Ratzinger NON ha il diritto di dire una sola parola in merito al valore della vita umana, perché dopo l’ovulo e lo spermatozoo non è capace di vedere anche l’uomo, quello fatto di carne e ossa, o peggio di pelle e ossa. E se quando un prete gli chiede, come è successo qualche tempo fa, di aprire le chiese di notte e dare asilo ai barboni per non farli morire di freddo, lui risponde che "anche Gesù aveva sofferto tanto in vita sua", io non so cosa gli avrei fatto quel giorno. Poteva almeno aprire le chiesette povere, no? Quelle prive di affreschi plurimiliardari e statue d'oro. E invece niente. L'ovulo e lo spermatozoo... guai a chi li tocca, ma per il resto che muoiano pure tutti di freddo, di fame o di aids.

Cos'è la tutela della VITA umana? Garantirne l'inizio. Ok, e poi? Poi BASTA? E allora NO, non ci sto.    

Ratzinger dovrebbe contare ogni giorno quanti esseri umani in più rispetto al giorno prima i suoi preti e le sue suore missionarie hanno salvato nel mondo, e dovrebbe disperarsi ogni volta perché “sono ancora troppo pochi”. Questa frase dovrebbe scoppiargli in testa ogni minuto e ogni secondo. E invece lui che conta? I cattolici, e magari non chiude più neanche occhio la sera da quando la notizia è divenuta ufficiale pure per lui: I musulmani hanno superato i cattolici. E sai a me che me ne importa!!! Non gliene frega niente a nessuno, perché non siamo Russia contro Stati Uniti d'America che, in piena guerra fredda, digrignavano i denti e si mostravano i muscoli a vicenda armandosi a più non posso.

Ratzinger taglia i fondi ai missionari, che di mestiere fanno i salvatori di vite umane, e poi si mette a parlare del valore della vita umana.  

Spiega che il sorpasso dei musulmani è dovuto al fatto che fanno più figli dei cattolici e di corsa tre quarti dei politici (o futuri tali) impiantano la loro campagna elettorale su aborto e famiglia… e nessuno ci vede niente di strano? Nemmeno una piccola connessione fra le due cose?

Io sì, ce la vedo. E mi indigno profondamente.

Mi sbattezzerei anche domani ora che so che a Ratzinger serve questo per scalare di 1 la percezione del suo potere nel mondo. E se non lo faccio è solo per un motivo: perché per sentire mio padre vivo in me voglio accogliere con rispetto, prima che con amore, tutto ciò che lui era. E lui era un grande uomo e un grande uomo di fede, oltre che fortemente devoto di Padre Pio. Ecco, non voglio creare dentro di me un luogo inospitale per lui. Tutto qui.

Questo il mio pensiero NON sulla 194 ma sul perché secondo me è scoppiato tutto questo putiferio in Italia al riguardo proprio adesso, in questo momento e non prima e non dopo.

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Mercoledì, 01. Agosto 2007
Nuovo Modello Reputazione
By hagaris2, 17:38

Ho letto un libro di Psicologia Sociale nel quale si parlava di Reputazione (concetto cardine di tutte le società civili democraticamente organizzate). Ebbene, non mi ha convinto per niente. E non mi ha convinto a tal punto da ispirarmi addirittura un Nuovo modello della Reputazione, intitolato: Il Semaforo.   

Nel libro c'è scritto testualmente che “la Reputazione è una forma di controllo sociale attraverso la quale si cerca di limitare l’accesso alle interazioni alle persone potenzialmente dannose, e di conseguenza di disincentivare i comportamenti di questo genere”.

Penso che prima era così, che oggi dovrebbe ancora essere così, ma che non è così. Fino a qualche tempo fa non esistevano ancora i crediti ambientali ma esistevano già i crediti morali, e la reputazione ne era la conseguenza più diretta, nel bene e nel male. Il concetto di credito (o debito) morale verso la società valeva per tutti, senza distinzione di classe, ma oggi le classi sociali sono cambiate. E questo è il punto. Non sono più quelle di una volta, suddivise per livello culturale, economico e di prestigio, e men che mai sono suddivise in base al livello di onestà di ciascuno, sebbene i libri di psicologia tentino di far sopravvivere ancora il vecchio e sano concetto che vede gli onesti dotati di buona reputazione e i disonesti no. Oggi si sono mescolate le vecchie classi sociali di una volta, quindi sono cambiate. Potremmo dire che i buoni e i cattivi stanno insieme dentro quelle che non ha più senso definire classi sociali, quanto piuttosto classi di potere.  

Il fenomeno Tangentopoli è potuto esistere solo perché la regola del controllo sociale valeva per tutti, inquilini degli attici inclusi (i politici). A quel tempo i politici corrotti rassegnavano le loro dimissioni al partito e il partito le accettava, e io ricordo che ogni volta che accadeva mi sentivo che respiravo meglio, come quando alla TV dicono che è in calo la concentrazione di polveri sottili nell’aria.

Poi, un giorno, qualcosa è cambiato. Alle accuse forti rivolte ai politici (associazione mafiosa, concussione, abuso d’ufficio, appropriazione indebita, associazione a delinquere, falso in bilancio, bancarotta fraudolenta, etc.) non sono più seguite le dimissioni di nessuno, né i partiti le hanno più pretese, anzi, hanno cominciato a fare fronte comune contro l’operato di giudici e media spacciandosi tutti per perseguitati politici.

Così è cambiato il concetto di Reputazione in Italia.

Nei libri c’è scritto che la reputazione è una forma di controllo sociale nei confronti degli individui potenzialmente pericolosi, ma è come se per calcolare l’inflazione di un Paese moderno e tecnologicamente avanzato si tenesse ancora conto del prezzo delle macchine da scrivere, dei giradischi e dei monitor a fosfori verdi. Gli individui potenzialmente dannosi, infatti, dai quali difendersi di più, non sono più quelli di una volta, perciò se si vuol tenere buono il vecchio concetto di reputazione si deve quantomeno aggiornare il paniere dei delinquenti, sostituendo ladri di polli e borseggiatori da strada con illustri ed onorati banchieri, finanzieri, imprenditori e politici. Quelli disonesti, ovviamente.

Molti dei nostri parlamentari dovrebbero stare in galera a pelare patate e non sedere a Montecitorio e Palazzo Madama a governare il Paese. Questo per dire che in Italia non conta più la Reputazione in quanto tale, ma l’impatto sociale che essa produce, e che può essere devastante come anche nullo, a seconda, appunto, della classe di potere di appartenenza di ciascuno.

Pensate per un attimo a Corona (quello delle foto e dei ricatti ai vips). Dal suo arresto per reati gravissimi la società ha prodotto cose stupende per lui: business nuovi, addirittura, e che però io giudico inquietanti, fosse anche soltanto per l'insegnamento che si è dato ai giovani. E Corona in cuor suo ci starà certamente ringraziando tutti (lo Stato) per averlo messo in galera qualche settimana, perché poi l'abbiamo subito ricompensato rendendolo più famoso e ricco di prima. Questo è potuto succedere perché in Italia la Reputazione ha perso completamente il suo significato originario, e gli autori di libri di Psicologia Sociale farebbero bene a rendersene conto quanto prima o correranno il rischio di insegnare ai giovani cose assolutamente obsolete, scollegate dalla realtà del nostro Paese. 

Pensando poi al venditore ambulante di dvd masterizzati (rischia fino a 4 anni di galera) e ai reati infinitamente più gravi commessi da politici, banchieri, finanzieri e imprenditori - che non rischiano praticamente nulla - si capisce bene il significato del modello della reputazione che ho pensato per rappresentare l'Italia di oggi e che vi riporto qui di seguito. 

 

 

Per le persone appartenenti ad una Classe di Potere basso le regole della reputazione sono rimaste praticamente invariate nel tempo, infatti i valori collettivi da rispettare sono alti e a livello sociale gli errori si pagano eccome, anche più del dovuto forse. Qui Semaforo rosso, cioè il meccanismo della Reputazione funziona anche fin troppo bene. Quando, invece, ci si sposta verso Classi di Potere più alte i valori collettivi da rispettare si fanno sempre più bassi, e lo stesso dicasi per le conseguenze da pagare a livello sociale. Semaforo giallo e poi verde, cioè il meccanismo della Reputazione non funziona per niente.

Grazie alle leggi varate negli ultimi anni in Italia dai governi di centro-destra e di centro-sinistra (depenalizzazione del falso in bilancio, ex Cirielli, immunità parlamentare, riforma elettorale, concordato fiscale, riforma della giustizia, indulto, etc.), la politica italiana ha perso completamente e sfacciatamente anche l’ultimo barlume di eticità che le rimaneva. Potremmo cioè dire che sono stati proprio loro, i politici, a distruggere il significato originario del termine Reputazione.

Quanti sono, infatti, i casi di cattivo comportamento sociale registrati negli ultimi anni in Italia rimasti praticamente impuniti? Mi sto riferendo ai reati gravi, quelli subiti da centinaia e migliaia di persone e famiglie insieme, commessi da finanzieri, politici, imprenditori, banchieri e altri ancora che non cito neanche tanto hanno riempito per mesi le pagine di tutti i giornali.

Costoro si può dire che abbiano la reputazione macchiata? Forse. Ma che impatto ha avuto tale calo di reputazione nella loro vita sociale? Si direbbe nessuno, o comunque poca cosa se confrontato con la gravità dei reati commessi. Quindi il nuovo modello di Reputazione da me proposto, che sostituisce la reputazione (di per sé un concetto svuotato di qualsiasi significato) con l’impatto sociale che il calo o aumento di reputazione comporta per l’individuo e che per me è legato alla classe di potere di appartenenza di ciascuno. Fino ai casi paradossali - alla Corona, per intenderci - dove un forte calo di reputazione diventa fonte di nuovi e grandi business fino a quel momento impensabili.

Qualcosa è profondamente cambiato in Italia. La società non si auto-protegge più allo stesso modo dai delinquenti di ogni tipo (classe di potere) come faceva un tempo. E la cosa più grave è che non ci scandalizziamo più. Non reagiamo più. Pensiamo a Report. In un Paese civile quella trasmissione avrebbe causato almeno tre o quattro crisi di Governo, oltre alle decine di inchieste aperte a fronte dei loro reportage. Da noi, però, niente. Non un dibattito parlamentare, uno sciopero, un fascicolo d’indagine aperto, un onorevole che si dimette. Niente. Da noi... NIENTE.

N.B.: Le freccette bidirezionali che uniscono a due a due le classi di potere attigue indicano che in Italia la Reputazione è diventata una leva strategica per gestire gli spostamenti degli individui da una classe di potere all’altra. Il caso Corona ci dice fra l’altro che un forte calo di reputazione può essere la molla per saltare verso classi di potere superiori e non inferiori, contrariamente a quanto la logica porterebbe a pensare. Non c’è più, quindi, una regola fissa e valida per tutti. C’è il Caos. Gli spostamenti da una classe di potere all'altra sono decisi, ovviamente, dagli appartenenti alle classi di potere superiore, che possono far salire o scendere di classe un individuo - il più onesto come il più disonesto - in meno di un’ora e senza che nessuno abbia mai nulla da ridire.  

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Domenica, 01. Luglio 2007
La Materia e l'Azienda
By hagaris2, 23:58

Questa Teoria hagariana la trovate anche allegata ad una mia lezione alla Hagar Business School, intitolata "Team Working: le analogie" (25 Aprile 2007).

 

1.      La Materia

La struttura della Materia è studiata dalla Chimica. La sua composizione, le sue trasformazioni, siano esse spontanee o provocate dall’uomo, le studia la Chimica. La Materia è costituita da atomi uguali o diversi. Immaginate il Sistema solare quando pensate ad un atomo, fatto dal Sole al centro e dai pianeti che gli ruotano intorno: questo è un atomo in forma molto semplificata. L’insieme di una quantità esorbitante di atomi crea la materia. Tutto ciò che i vostri cinque sensi colgono è materia.

Voi direte:

Tutto ciò che osserviamo è materia? Si, a parte quando vedete i Sentimenti.

Tutto ciò che tocchiamo è materia? Si, a parte quando toccate il Cuore di un uomo.

Tutto ciò che respiriamo è materia? Si, a parte quando respirate la Libertà.

Tutto ciò che mangiamo è materia? Si, a parte quando vi nutrite di Sapere.

Tutto ciò che ascoltiamo è materia? Si, a parte quando è la vostra Coscienza che vi parla.

Ecco, questi atomi sono legati fra loro da “forze di legame”, come nei rapporti umani, come fra il Sole e i pianeti. Non basta dire quanti atomi e di quale tipo sono per stabilire di che materia si sta parlando, perché la natura del legame che tiene uniti atomi uguali in tipologia e numero può generare anche due materie completamente diverse. Ad esempio la grafite (la polvere dell’anima delle matite) e i diamanti (“Un diamante è per sempre”) sono costituiti dallo stesso numero e tipo di atomi, ma questi hanno legami diversi fra loro e creano in un caso una materia morbida, nera e di poco valore, mentre nell’altro la seconda pietra più dura al mondo, trasparente, preziosissima, che è il diamante. Incredibile, vero? Vediamo due cose apparentemente identiche e le giudichiamo tali, poi scopriamo che le forze di legame fra i vari pezzi che le compongono sono differenti… ed ecco che sono diverse anche le due cose che pensavamo identiche. Sono radicalmente diverse, come il giorno e la notte. Queste sono le forze di legame fra atomi.

Sapete quando l’uomo fu in grado di descrivere per la prima volta la struttura elementare presunta della materia? Soltanto agli inizi del 1900, con Rutherford (premio nobel) che disse che, secondo lui, l’atomo era fatto da un nucleo centrale molto pesante, composto di particelle positive (dette protoni), e tutt’intorno particelle negative (dette elettroni), molto leggere e che ruotavano incessantemente attorno al nucleo. Esattamente come il Sole con i pianeti che gli girano intorno, l’atomo come insieme del Sole (nucleo fatto di protoni) e pianeti (elettroni).

Qui vi dico già una cosa bellissima, che è questa: Un modello statico, fatto cioè di particelle libere ma ferme allo stesso tempo, non è in equilibrio (è un teorema, non lo dico io), da cui il modello di Rutherford come modello dinamico, in accordo con l’ipotesi di equilibrio della materia. Mi spiego meglio. L’equilibrio può esserci soltanto nel movimento. Sembra un paradosso, ma è così. Se tutti stiamo fermi pur essendo liberi di muoverci non creiamo un sistema equilibrato. L’equilibrio sta nel movimento. Se siamo liberi ma stiamo fermi, non stiamo in un sistema equilibrato.

Quando Rutherford dichiarò pubblicamente la sua ipotesi sulla struttura elementare della materia accadde che si svegliarono tutte le altre menti della fisica e della chimica e gli si scagliarono contro. Certo che Rutherford aveva commesso degli errori, ma come non riconoscergli il merito d’aver tentato di spiegare a tutti noi come funziona il mondo?

Lorents (premio nobel) disse: Gli elettroni (i pianeti che ruotano attorno al Sole, che è il nucleo dell’atomo) hanno energia, ma se si muovono in continuazione finirà che la perderanno quell’energia e allora non potranno che perdere quota (come un aereo che finisce la benzina, in sostanza Lorenz voleva dire questo) e schiantarsi contro il nucleo! Ma la materia è stabile nel suo movimento, quindi gli atomi che la compongono sono stabili, cioè gli elettroni non si schiantano sui nuclei degli atomi ai quali appartengono.

Il mondo ora si interrogava sul perché non avvenisse il fenomeno dell’autodistruzione per effetto della perdita di energia che ogni cosa in movimento ha come destino. Se la materia è fatta di atomi, come mai non si auto-distruggono e con loro l’intera materia? Allora si svegliò anche un certo Bohr (premio nobel pure lui) e disse una cosa che solo un ispirato avrebbe potuto pensare: Ci sono degli stati in cui l’elettrone può muoversi e nei quali non perde energia pur muovendosi.

Alcune persone si muovono negli stati stazionari, altre nascono in questi stati speciali e straordinari. Sono gli stati stazionari, dove il totale dell’energia degli elettroni è perennemente costante (l’energia di movimento, detta cinetica, e l’energia potenziale, quella cioè che non si è ancora trasformata in cinetica).

Bohr sostenne che esistevano delle orbite di rotazione che garantivano all’elettrone di mantenere praticamente inalterato nel tempo il suo valore energetico, consentendogli di non precipitare sul nucleo. E così scoprì la prima forma d’Eternità nell’infinitamente piccolo.

Voi direte: Perché l’hai definito “un uomo ispirato”? Perché si stava passando lentamente dalla Fisica Classica alla Fisica Moderna e Bohr, col suo modo di ragionare, fu uno degli artefici di questa straordinaria evoluzione della scienza.

Nella Fisica Classica (detta anche Newtoniana) si partiva da dati sperimentali e da quelli si risaliva alla legge. Nella Fisica Moderna - la nuova Fisica, quella che indagava sui sistemi invisibili, come l’atomo - s’inventava prima una teoria e poi si realizzavano gli esperimenti che potessero dimostrarne o confutarne la veridicità. Prima il cuore e poi la mente. La mente posta al servizio del cuore. E ogni teoria che nasceva era una poesia del cuore. Famosa fu la frase che disse Einstein per rifiutare la teoria dell’indeterminazione, o meglio della casualità. Disse: “Dio non si mette sicuramente a giocare a dadi con il mondo!” e da allora non si parlò più casualità ma di Teoria delle Probabilità.

Bohr dimostrò tutto ciò matematicamente. Identificò queste orbite particolari, stazionarie, e capì anche un’altra cosa: che in materia ci si muove “a scatti”, ossia in cosiddetti quanti. Ci sono, in altre parole, anche delle orbite proibite, dove l’elettrone non potrà mai andare a ruotare. Grazie a Bohr si scoprì che esistevano infinite orbite di rotazione per l’elettrone, alcune che gli garantivano la vita eterna, altre proibite. Ma bisognerà aspettare gli anni ‘30 per cominciare a parlare di doppia teoria della materia. Bohr aveva sviluppato la teoria quantistica (orbite proibite fra le infinite percorribili, orbite stazionarie con conservazione dell’energia), mentre De Broglie (premio nobel) sviluppò quella ondulatoria.

La materia possiede due nature, quantistica ed ondulatoria, e l’una non esclude l’altra. Ci si arrivò grazie alla formula di Einstein: E=mc². L’energia è uguale alla massa per la velocità della luce al quadrato. Einstein disse questo pensando alla luce, che è un corpuscolo (il fotone), ma è anche un’onda che viaggia con una certa frequenza. De Broglie dimostrò che al fotone (particella elementare della luce) può essere associata un’onda di materia e passò pure lui alla storia. La luce è un’onda ma è anche una particella.

La materia poi è esattamente come l’azienda. Gli atomi non se ne stanno per i fatti loro, ognuno con i propri elettroni intorno. Tutt’altro! Esattamente come nelle organizzazioni, nella materia succede che gli atomi si organizzano per condividersi gli elettroni (risorse che lavorano trasversalmente a vari enti). Questi ruotano facendo un uguale numero di giri attorno a questo e a quel nucleo formando orbite a forma di elica (∞) . “A quale atomo appartiene quell’elettrone”? Ad entrambi.

Pensando all’azienda, gli atomi acquistano elettroni (assunzioni), cedono elettroni (licenziamenti) e condividono fra loro elettroni (progetti trasversali fra gli enti). Come nelle organizzazioni, un atomo che è formato da più elettroni (nucleo = capo, elettroni = collaboratori) avrà elettroni che girano attorno al nucleo ad una distanza molto piccola da esso e rappresentano gli elettroni più legati (collaboratori fidelizzati), così come avrà elettroni che ruotano attorno ai nuclei ma ad una distanza più grande (collaboratori meno legati). In questo caso il legame con l’atomo di appartenenza è debole. La cosiddetta forza di legame è sempre più debole quanto più l’elettrone ruota attorno al nucleo ad una distanza elevata.

Guardate com’è bello questo aspetto della natura, però, adesso che aggiungo questa cosa: Gli elettroni più esterni, quelli meno legati al nucleo, sono quelli che, a differenza dei più legati, si riesce a mettere in movimento con un minor dispendio di energia, e sono quelli che determinano le proprietà chimiche di quella materia fatta da quegli atomi.

La gerarchia in senso stretto non esiste neanche in natura. E’ una creazione dell’uomo, che ha imitato il regno animale (del quale d’altronde fa’ parte) per decidere in che modo organizzarsi (famiglia, azienda, città, Stato…), mentre invece avrebbe potuto copiare la struttura organizzativa della materia per concepire senza troppe difficoltà un sistema più umano e potente allo stesso tempo, quanto meno con riferimento al mondo lavorativo. 

Allora iniziarono tutti gli scienziati a scoprire gli elementi che compongono la materia e li misero in tabella, a formare la famosa Tabella periodica degli elementi.  

E’ tutto chiaro fin qui? Ci sono gli atomi, fatti da un nucleo centrale pesante, che in realtà non ha solo protoni (cariche positive) ma anche neutroni (senza alcuna carica), e da elettroni (cariche negative) che ruotano in orbite diverse attorno al nucleo. Alcune orbite sono proibite, altre stazionarie, ossia garantiscono la conservazione dell’energia, ma la cosa principale è la forza di legame fra nucleo ed elettroni, che determina tutto su quella materia (la grafite ed il diamante). Il legame che si crea fra atomi uguali o diversi, a formare una struttura complessa e stabile, si chiama Molecola. L’insieme delle molecole cosa forma? Forma il legno, l’acqua, l’aria… la Materia.  

Nuclei (positivi) di atomi vicini si respingono fra loro perché di carica uguale, elettroni (negativi) di atomi vicini si respingono fra loro per lo stesso motivo, ma elettroni di un atomo e nucleo di un altro si attraggono e viceversa (elettroni del secondo atomo con il nucleo del primo), perché devono creare i famosi legami intermolecolari e poi fra molecole distinte, e danno così vita alla Materia.

Ancora una volta, la Materia non è l’insieme di molecole e basta, ma l’insieme di molecole tenute assieme fra loro stabilmente da forze di legame. Senza le forze di legame non esisterebbe il mondo praticamente.

Un elettrone attratto dal nucleo di un altro atomo vicino è come dire che se un lavoratore è attratto anche dal lavoro svolto da altri enti è non solo naturale, ma auspicabile. E’ come un elettrone che ruota nelle orbite più esterne al suo nucleo (capo) ed è proprio da dipendenti così che ha origine il legame molecolare, ossia l’Azienda intesa come sistema. Se tutti gli elettroni fossero rigidamente legati al proprio nucleo d’appartenenza non esisterebbe il mondo in concreto, perché non esisterebbe la molecola e, di conseguenza, la Materia.

Ci sono aziende dove si va contro le leggi della natura, sostenendo esplicitamente o implicitamente la struttura profondamente gerarchica che si è scelta, ma io non sottovaluto che la natura ricorda che le cose non stanno esattamente così ed indica ben altra direzione da prendere.

 

2.      Gli  Elementi 

I ¾ degli elementi classificati sono metalli. Adesso potrete capire facilmente com’è composto un metallo. Un metallo è un insieme di molecole fatte da atomi che hanno molti elettroni poco legati ai nuclei, che ruotano in altre parole a grande distanza da essi. Quindi questi elettroni che viaggiano nelle orbite più esterne sono facilmente staccabili dalla struttura d’appartenenza (abbiamo detto che basta poca energia per metterli in movimento, aggiungiamo adesso in movimento tale da poterli staccare dagli atomi di appartenenza) e se facciamo in modo che, espulsi dalla struttura rigida di appartenenza, inizino a muoversi liberamente ma ognuno seguendo la stessa direzione, abbiamo creato.... indovinate cosa? 

                                       La corrente elettrica

In talune aziende questo miracolo sarebbe impensabile (dare dignità agli elettroni liberi, lasciarli correre liberamente nella struttura, purchè seguano la direzione indicata, ma senza nuclei rigidi attorno ai quali ruotare come imbecilli in eterno).

Questa è la marcia in più che dovrebbe avere un’organizzazione rispetto alle altre, altrimenti non ha senso parlare di energia delle organizzazioni e potenza generativa se non riconosciamo che essa nasce dagli elettroni liberi in movimento, e cioè da quanto mediamente detestano di più le aziende italiane: libertà e movimento.

Quando un elettrone che ruota nelle orbite più esterne al nucleo esce dalla propria orbita di rotazione e si muove liberamente dentro la materia parliamo di un Elettrone Libero. I metalli sono ottimi conduttori di corrente elettrica perché sono fatti da moltissimi elettroni che hanno la predisposizione a divenire Elettroni Liberi e quindi basta davvero poco per sprigionarne una valanga. Questi non sono altro che la corrente elettrica che viaggia attraverso il metallo.

Sapevate prima di adesso che la corrente elettrica è una magnifica dimostrazione di libertà che esiste in natura? La corrente elettrica è il movimento degli elettroni che si staccano dalla loro struttura di appartenenza, divengono liberi e iniziano a muoversi tutti nella stessa direzione.

Ma come si fa a dire agli elettroni che devono liberarsi e mettersi a correre tutti dalla stessa parte - dentro la materia - per creare la corrente elettrica?

Se bombardiamo un metallo con degli elettroni fortemente accelerati accade che gli elettroni delle orbite più esterne degli atomi vengono espulsi e si liberano, lasciando così uno spazio vuoto al posto di quello che occupavano. Iniziano a correre in mezzo ai reticoli cristallini della materia, mentre lo spazio vuoto viene occupato dagli elettroni che ruotavano nelle orbite più interne dell’atomo. Questi saltano ad occupare gli spazi lasciati liberi dagli elettroni che ruotavano nelle orbite più esterne e lo stesso accade per gli altri elettroni ancora più interni. La libertà genera libertà a sua volta, questo è il concetto. E’ un meccanismo ciclico e virtuoso.

Come aumentare la velocità? Come accrescere l’energia? Non solo attraverso la leva della passione e del tutoring mirato (le ali di una farfalla che sbattono e che creeranno un ciclone) ma anche e soprattutto aumentando la libertà nella struttura aziendale, sprigionando gli elettroni liberi, lasciando che creino energia (corrente elettrica) e non pensando di ridurre il personale nella speranza che chi resta lavorerà per tre (cosa spesso consigliata alle aziende e da queste attuata, per il noto principio che sotto stress si produce di più). Lavorerà per tre solo se è libero, potente e amato per la sua libertà e potenza, non se è temuto come simbolo di uno spirito meritocratico che avanza imperterrito.

Più ci penso e più me ne convinco: la struttura gerarchica soffoca la vita stessa dell’azienda, espelle le persone a più alto potenziale, quelle libere e creative, che amano sperimentare e sfidare il presente, e questo solo perché non sono governabili al cento per cento dai capi. La gerarchia in senso stretto ingessa le aziende e risucchia loro la vita.

I capi sono i nuclei delle molecole, ma la loro esistenza dovrebbe essere vincolata all’esistenza di elettroni liberi che ruotano attorno a più capi, altrimenti la molecola non si crea, cioè avremo capi, lavoratori, ma non leader, non processi efficienti e nemmeno vera condivisione del sapere fra gli enti.

L’energia la creano gli elettroni liberi e questo significa che le risorse più pregiate di un’azienda sono loro, non i nuclei. I nuclei sono i meglio retribuiti ma non è affatto detto che siano anche i maggiori apportatori di valore all’impresa.

Gli elettroni liberi, invece, non sono necessariamente i più pagati, si trovano a tutti i livelli (e guai se si pensasse il contrario), ma sono i più grandi apportatori di valore.

Se collego una pila elettrica (una batteria) agli estremi di un metallo, non faccio altro che accelerare istantaneamente gli elettroni e far scatenare il fenomeno di cui sopra, con l’unica differenza che, così facendo, posso imporre una direzione di movimento comune a tutti gli elettroni. Questi si liberano dalla loro struttura d’appartenenza, si muovono liberamente fra i reticoli del metallo e formano la corrente elettrica.

Cos’è la pila? Sono i progetti, le sfide come molle al raggiungimento dell’obiettivo, l’opportunità di crescere professionalmente, la gratificazione per i propri meriti. Tutto questo è pila e fa muovere gli elettroni, consapevolmente o inconsapevolmente, nella direzione prestabilita da altri.  

Pensate alle organizzazioni, adesso, e agli elettroni liberi.

Concettualmente i nuclei degli atomi sono i vari capi dei diversi dipartimenti e gli elettroni sono i loro collaboratori. Gli elettroni molto legati al proprio capo, che ruotano sempre molto vicini al nucleo, sono quelli veramente legati alla struttura, che nessuno smuove da dove stanno, qualsiasi cosa accada.

Non importa se fanno disastri economici, perché il nucleo li proteggerà. Non importa se soffocano risorse valide che coordinano, perché il nucleo non guarderà ciò. Più il nucleo è potente nell’organizzazione, più ci sarà una protezione in cascata delle cordate, che solo nel caso fortuito in cui siano composte da individui validi potrà reggere, altrimenti il ripetersi nel tempo e nello spazio di queste microstrutture protette non potrà che generare un effetto terremoto nell’organizzazione. Gli elettroni meno legati alla struttura, che non sono strettamente legati al proprio capo (ruotano sì attorno al nucleo, ma a distanza molto maggiore rispetto agli altri elettroni) sono quelli che rischiano l’espulsione dalla struttura per via della loro accelerazione, ma sono anche quelli che creano la corrente elettrica, vitale per l’organizzazione. Quando affermo che i dipendenti che subiscono il mobbing sono spesso i più ligi al dovere, i più preparati, i più rispettosi e affezionati all’azienda voglio dire proprio questo. 

Le organizzazioni, quindi, hanno bisogno di questi elettroni molto più che di quelli rigidamente legati alla struttura d’appartenenza, eppure sono ancora poche in Italia le aziende che hanno compreso che senso di appartenenza all’azienda non è da intendere/confondersi col senso di appartenenza al proprio capo.

Se si vuole una struttura metallica (dove può esistere la corrente elettrica, vitale) devono essere molti di più gli elettroni liberi di quelli vincolati e devono stare dentro la struttura, non fuori. Non espulsi dalla materia. Se così non si fa si avrà una struttura isolante, che non serve a niente e nessuno, che non ha corrente elettrica in corpo ma ne vieta invece il passaggio in tutti i modi. 

La predisposizione o meno a lasciarsi attraversare dalla corrente elettrica fu giudicata così importante che si finì per classificare i materiali allo stato solido in funzione della proprietà della conducibilità elettrica, in conduttori, isolanti e semiconduttori.

I semiconduttori sono i più importanti in assoluto per l’elettronica componentistica poiché sono quelli che porteranno al transistor: il re dei componenti elettronici.

Se mi serve poca energia per far saltare gli elettroni dalle loro orbite verso orbite più esterne e man mano liberare questi ultimi e farli correre tutti insieme nella direzione che desidero, il materiale considerato è un conduttore. Se occorre una quantità di energia enorme per attivare questo fenomeno si ha a che fare con un isolante. E se, invece, occorre una quantità di energia ragionevole si è in presenza di un semiconduttore. Il fenomeno quindi degli elettroni che si liberano può avvenire per tutti i tipi di materiali, ma dipende da quanta energia dobbiamo utilizzare per far sprigionare il fenomeno. Se si crede nel fenomeno però, va da se che non ha senso creare un’organizzazione isolante (fortemente gerarchica), dove poi impiego tantissima energia per creare il fenomeno di conduzione, ma creo un’organizzazione metallica, predisposta per sua natura al fenomeno stesso, o al massimo di tipo semiconduttore. La struttura matriciale non è esattamente la tipologia di organizzazione a cui penso, perché spesso si traduce in qualcosa di fittizio, al quale… sotto sotto… non crede nessuno, tendendo così a degenerare rapidamente in una forma “gerarchica mascherata” che genera più danni della gerarchica tradizionale. Penso a dei ruoli ad hoc per gli elettroni liberi, al servizio delle varie strutture aziendali e sempre e comunque trasversali all’organizzazione.  

Ricordate la differenza fra la grafite e il diamante? Abbiamo detto che la grafite e il diamante sono fatti dallo stesso tipo di atomi a formare la singola molecola, e dallo stesso numero di atomi, ma i legami fra gli atomi sono radicalmente diversi. La forza di legame fra gli elettroni degli atomi di grafite è molto debole e così la grafite è un conduttore, nel diamante invece il legame è molto forte fra gli elettroni e i nuclei degli atomi e allora il diamante è un isolante, perché per liberare i suoi elettroni devo prima rompere il forte legame che c’è fra gli elettroni stessi e il nucleo attorno al quale ruotano a piccola distanza e per far ciò necessito di molta energia.

 

3.      I Semiconduttori

I semiconduttori, come il germanio, ma ancora di più il silicio, possono essere puri o drogati, se manipolati dall’uomo. Se opportunamente drogati dall’uomo, i semiconduttori hanno delle doti straordinarie, ma in generale le loro doti, in tutti i campi di applicazione dell’elettronica, sono dovute alla loro Sensibilità. Sono sensibili alla temperatura, all’illuminazione, ai campi magnetici e alle piccole impurità (drogaggio).

Questo a dimostrazione del fatto che la sensibilità è una gran dote, sempre e in ogni modo e ovunque, nell’uomo come nella materia.

Il silicio è il re dei semiconduttori, per tanti motivi, ma non ultimo perché è talmente presente in natura - e quindi poco caro - che è secondo solo all’ossigeno come presenza. Il 25% della crosta terrestre è composta di silicio, che è uno degli elementi più studiati in assoluto fra quelli esistenti.

Siamo negli anni ’40. Adesso entriamo nel cuore dell’elettronica, proprio adesso che iniziamo a parlare del drogaggio dei semiconduttori, perché da qui nascerà la Giunzione p-n e poi il transistor. 

 

4.      Il Drogaggio dei Semiconduttori

Il drogaggio funziona così: S’introducono nel silicio degli atomi di arsenico. Accade che nella struttura iniziale, prima del drogaggio, gli atomi di silicio erano legati fra di loro a formare un reticolo. Gli elettroni degli atomi di silicio erano accoppiati a due a due (qui la sto semplificando molto la storia e fino quasi a dire cose imprecise, ma rendo il concetto), quindi non esistevano elettroni “single”, diciamo così. Ebbene, quando s’introducono degli atomi di arsenico accade che l’atomo di arsenico è come una nuova famiglia che arriva, fatta da un padre e cinque figli. Il padre è il nucleo dell’arsenico, che rimpiazza quello di uno di silicio. I figli dell’arsenico sono cinque elettroni, dei quali quattro rimpiazzano quelli dell’atomo di silicio spodestato, accoppiandosi con altri quattro elettroni rispettivamente (gli stessi con i quali erano accoppiati gli elettroni di silicio che c’erano al loro posto, prima che giungesse l’atomo d’arsenico). Il quinto elettrone dell’arsenico però non riesce ad accoppiarsi con nessun elettrone di silicio, sicché questo resterà libero di muoversi dentro la struttura e per tale ragione è un elettrone libero. L’arsenico è così detto “donatore”, perché dona al silicio un elettrone libero, detto anche “di conduzione”.

Adesso vi dico una cosa che sconvolgerà la parte scientifica che è in voi, ma non credo che stupirà più di tanto la parte psicologica di voi. Così come l’eccesso di elettroni non accoppiati e che si muovono liberamente nella struttura crea la corrente elettrica, allo stesso modo l’assenza di elettroni crea la corrente elettrica, ossia la presenza di lacune.

La lacuna è uno strano concetto dell’elettronica, ma va bene anche per la vita.

La lacuna è la mancanza di un elettrone, quindi di per se non implica l’esistenza di qualcos’altro, ma solo la mancanza di un elettrone in quel posto dove era possibile che stesse. Ebbene, questa mancanza di un elettrone è talmente importante in elettronica che si decise di associare alla lacuna la valenza di particella, come l’elettrone ma, anziché negativa, la lacuna è positiva.

In tutti i libri di elettronica troverete sempre trattazioni riguardanti gli elettroni e le lacune e potreste pensare che esistono entrambi, in realtà in natura esiste solo l’elettrone e non anche la lacuna. La lacuna è come una bolla d’aria dentro un recipiente pieno di liquido: si può studiare il movimento del liquido quando vedete salire la bolla verso l’alto, ma la mente umana è portata a pensare che la bolla d’aria si stia muovendo. E così dicasi per la lacuna. In realtà è il liquido che si muove attorno alla bolla e non la bolla dentro il liquido, così come la lacuna non esiste, se non come mancanza di un elettrone. Per comodità però possiamo pensare alle bolle che si muovono nei liquidi, alle lacune che sono particelle cariche positivamente.

Io trovo strabiliante come la “mancanza di qualcosa” determini la stessa potenzialità in chi possiede quella mancanza rispetto a chi, non solo non ha quella mancanza, ma ha anche delle componenti in più: gli elettroni liberi. La lacuna genera la stessa corrente di quando si ha l’elettrone al posto della lacuna ed un elettrone in più (il quinto elettrone dell’arsenico). Questo spiega perché quando nella vita non si ha qualcosa d’importante si sprigiona energia comunque, perché si crea movimento per il suo riempimento. E il movimento è energia.

Mi sono fregata con questa affermazione, in quanto vuol dire che io posso essere per un’azienda un elettrone libero, in esubero, che serve a creare corrente elettrica, ma l’azienda può anche scegliere di espellere me ed altri, generando lacune, perché queste hanno le stesse potenzialità degli elettroni liberi. E’ il concetto enormemente in voga oggi, che dice che ogni persona in azienda dev’essere sobbarcata di lavoro, perché così diventerà più veloce e produttiva. Questa è anche la legge dell’UP or Out, in voga nelle aziende più prestigiose talvolta. E’ una legge tremenda ma è vero anche che la natura la contempla come possibile.

Attenzione però, perché la lacuna non esiste. E’ una pura illusione. Saranno altri elettroni liberi a doversi spostare per creare la corrente elettrica, dando l’illusione che siano le lacune a muoversi al posto loro, ma non ci si può illudere nel vedere la lacuna in movimento che la mancanza di qualcosa generi corrente elettrica. Possiamo illuderci che sia la bolla a muoversi dentro il liquido, ma la verità resta comunque che è il liquido che si muove attorno alla bolla.

Al momento, una volta drogato il silicio con piccole dosi d’arsenico, accade che abbiamo inserito tanti elettroni liberi di muoversi casualmente, nella direzione ognuno che preferisce, dentro il reticolo. Se si analizza un lungo periodo di tempo si osserva che però questi elettroni liberi, e che si muovono casualmente in tutte le direzioni, percorrono uno spostamento netto nullo. Come un pazzo che cammina di qua e di là e alla fine torna sempre al punto di partenza. Nelle organizzazioni potremmo pensare che gli elettroni liberi, se non sono guidati nel movimento, correranno all’impazzata nella struttura, per poi ritrovarsi anche loro sempre e comunque ad aver effettuato uno spostamento nullo. Si rivedranno sempre al punto di partenza e questo non serve all’elettrone, ma neanche all’azienda.

Applicato un campo elettrico al semiconduttore invece (applicata, per farla semplice, una pila elettrica agli estremi del silicio) si fa sì che gli elettroni liberi non si muovano all’impazzata, ma seguendo tutti la direzione imposta dalla pila e si muoveranno tanto più velocemente quanto più la potenza della pila è grande.

Quando il silicio è drogato con arsenico, ossia con un elemento che ha più di 4 elettroni (l’atomo di silicio normalmente nel reticolo ha quattro elettroni accoppiati con altrettanti elettroni degli atomi che lo circondano e così tutti gli altri), si dirà “drogato di tipo n”, quando invece è drogato con elementi che hanno solo 3 elettroni, accade che l’atomo di silicio con i 4 elettroni accasati viene scalzato e sostituito da questo nuovo atomo, che però ha solo 3 elettroni da accoppiare con altrettanti elettroni di silicio. Accade che si crea appunto una lacuna, ossia un elettrone rimane non accoppiato, pur restando nella struttura, e ne seguono tutti i discorsi fatti sopra per la lacuna. In questo caso il semiconduttore si dirà “drogato di tipo p”.

  

5.      La Giunzione p-n

La giunzione p - n è alla base del funzionamento di tutti i più importanti componenti elettronici di tutti i settori e ha come caratteristica fondamentale quella di raddrizzare la corrente, ossia consente alla corrente di fluire con facilità in una sola direzione.  Preso un semiconduttore (silicio ad esempio) drogato di tipo n e un semiconduttore (ancora silicio) drogato di tipo p, se si uniscono vengono a formare quella che si chiama giunzione p - n.

Datelo per buono questo concetto, anche se c’è tutta una serie di processi chimici e tecnologici che si eseguono per unire queste due regioni drogate differentemente a formare la giunzione.  

Abbiamo detto che nella parte di silicio drogata di tipo p si hanno tante lacune libere, mentre nella regione drogata di tipo n si hanno tanti elettroni liberi.

Allora, cosa accade se applichiamo un campo elettrico (pensate sempre alla batteria) ai due estremi della giunzione? Accade che le lacune tendono a spostarsi dalla regione p alla regione n, e gli elettroni liberi della regione n tendono a spostarsi verso la regione p. Capito perché succede questo? Perché le lacune non sono altro che dei posti liberi occupabili da elettroni e così gli elettroni liberi, vedendo questi posti buoni per loro, escono dalla regione n (dove vagherebbero all’infinito, perché tutti i posti sono esauriti) e migrano verso la regione p, dove ci sono questi posti, e li occupano. Gli elettroni liberi cercano il loro posto naturale nel mondo e nella giunzione p - n riescono a realizzare questo, a trovare il loro posto. Questo è il bello della giunzione p - n, secondo me, umanamente parlando.

Non si arriverà mai ad avere un transistor solo con lacune. Serve per forza anche una regione con elettroni liberi. Ma neanche il diodo si può realizzare senza gli elettroni liberi! Nulla. Pensavate forse che l’elettrone libero alla fine soccombesse? No, ci vuole un’area dove possa vivere secondo la sua natura e creare tutto il bello che sa creare, poi ci vuole una regione attigua con delle lacune e se si lascia che l’elettrone cerchi e trovi naturalmente il suo posto nel mondo, occupando la lacuna che incontra nel suo cammino (ma mai definitivamente), si può persino creare un transistor nel tempo, ossia l’organizzazione più potente che si possa immaginare.

Esistono concetti simili (job rotation) in altre aziende italiane, ma come mera imitazione della casa madre non italiana. In realtà sono ostacolati con tutte le forze dalla classe dirigente, che preferisce perdere una risorsa anziché cederla ad altra struttura, per una serie di motivi che non sto qui ad illustrare, perché oggetto di altre lezioni.

All’estero, invece, si gira da un gruppo all’altro e si lavora così tanto per progetti da non avere un capo gerarchico quasi per niente, se non come coach per la formazione e la crescita professionale in genere dell’individuo.

I capi funzionali contano molto più di quelli gerarchici, perché responsabili dei progetti, della soddisfazione del Cliente, dell’efficienza dei processi, del margine contrattuale, mentre quelli gerarchici curano gli investimenti nella crescita professionale delle risorse, aiutano i responsabili funzionali nello scheduling delle attività e gestiscono le attività di routine all’interno della struttura gerarchica, a minor valore aggiunto per l’azienda. Ci sono persino dei ruoli di “consulenza interna” fatta da dipendenti esperti, che dipendono da loro stessi e questo è il massimo della vita, ma ho notato come delle aziende italiane che avevano ereditato questo stile lavorativo abbiano fatto degenerare il tutto nell’estinzione di tali pregiate risorse. Eppure l’azienda vincente di oggi, e ancor più di domani, per me non può che essere quella che si doterà di quel tipo di risorse in numero via via crescente. Risorse abituate ad analizzare i problemi a 360°, cioè all’opposto di come i dirigenti in Italia pretendono che si faccia.

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Mercoledì, 13. Giugno 2007
L'Immaginario secondo Hagar
By hagaris2, 15:08

L’insieme dei numeri nel corso dei secoli non è rimasto immutato. Si è esteso, invece, al fine di rispondere all'esigenza dell'uomo di dare soluzione a problemi ed equazioni sempre nuovi e via via più complicati.

I numeri complessi sono un'estensione dei numeri reali e sono nati per dare soluzione alle equazioni polinomiali, dette anche algebriche, che sono le equazioni equivalenti o riconducibili ad un polinomio uguagliato a zero, dove il grado del polinomio coincide col grado dell'equazione.

Ad esempio, l’equazione x2=-1 non ha soluzioni reali, perché nell’insieme dei reali non esistono numeri il cui quadrato è negativo.

Ecco che l’esigenza di risolvere problemi come questo (x2 = -1) portò l’uomo a definire un nuovo valore, detto i, dove i sta per unità immaginaria, con i2=-1. Quindi l’unità immaginaria, introdotta dai matematici italiani nel tardo medioevo, ci consente di risolvere equazioni algebriche di secondo e terzo grado altrimenti irrisolvibili rimanendo vincolati al mondo del reale. E basterebbe dire questo per capire quale importanza abbia l’immaginario nella nostra vita.

Qual è il valore dei limiti?”, chiese una volta una psicologa con mente finemente ingegneristica ad un fisico, e il fisico le rispose che "la grande forza dei cinici stava nell’indicarci che il mondo andava guardato anche da un’altra parte".

Voglio rispondere anch'io a quella domanda, perché oggigiorno di domande intelligenti ne circolano sempre meno e quando ce ne passa qualcuna davanti è sempre bene non farsela scappare. “Il valore dei limiti sta nella possibilità che l’uomo ha sempre manifestato, in tutta la sua storia, di saperli superare; e questo processo, che ha del divino in sé, è possibile proprio grazie all’aggiunta della componente immaginaria al fianco di quella reale. Solo così è possibile compiere il salto dal mondo reale al mondo complesso. E il mondo complesso è senz’altro più affascinante e denso di possibilità del primo, quindi senz’altro più meritevole di essere riconosciuto e contemplato come nostro mondo”.

Grazie all'unità immaginaria, quindi, possiamo costruire l'insieme dei numeri complessi - estensione dei numeri reali - dove ogni numero in forma algebrica si rappresenta così: c = a + ib (a parte reale e b parte immaginaria. a e b sono numeri reali e i è l'unità immaginaria).

Con l'introduzione dell'unità immaginaria, e di conseguenza dei numeri complessi, tutte le equazioni di qualsiasi grado hanno sempre soluzione, come stabilisce il teorema fondamentale dell’algebra. E questo non è poco, direi.

I numeri complessi, al contrario dei reali, non sono continuativi su una retta ma stanno su un piano, detto Piano di Gauss, che è composto di due assi ortogonali, dove sull'asse verticale si mappa la parte immaginaria e su quello orizzontale la parte reale.

Passiamo alla pratica adesso. Una delle applicazioni dei numeri complessi è in campo elettrotecnico, per rappresentare le correnti alternate. Le correnti alternate esistono ma, avvalendoci solo del mondo reale, non potremmo rappresentarle, e le correnti alternate sono quelle che fanno girare i motori, ad esempio. Ma i numeri complessi costituiscono anche una componente fondamentale della Meccanica Quantistica, mentre nella Relatività generale, ipotizzando che la variabile temporale sia immaginaria, molte formule si semplificano di molto. Applicazioni stupefacenti dei numeri complessi si trovano anche nel mondo dei Frattali e nella Dinamica dei Fluidi. Quindi, alla luce di tutto ciò, non resta che dire: “Che mondo sarebbe senza Immaginario?!

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Giovedì, 07. Giugno 2007
La Riforma scolastica secondo Hagar
By hagaris2, 21:58

Non hanno più senso i titoli accademici. Non hanno senso i diplomi e non hanno senso le lauree.

Il mondo scolastico, visto come istituzione, ha toccato - anche grazie alla Riforma Moratti - il suo minimo storico in quanto ad importanza rivestita nel sociale.

La scuola oggi è troppo anacronistica, quindi poco o per nulla competitiva, sebbene da essa abbia origine il grado di competitività futuro delle imprese di un Paese, quindi del Paese stesso, visto come sistema. In un mondo in cui tutto funziona per obiettivi che senso ha pretendere che i giovani studino tutti i giorni tutte le materie del giorno seguente e prendano 2 se interrogati e impreparati?

Ricordo quando alle superiori i registri dei professori erano pieni soltanto di 9 e di 2 per Hagar. Nove se andava all’interrogazione e due se non ci andava.

Quando dovevano uscire i quadri non avevano cuore di far uscire Hagar con tutti sei e, facendo rigidamente le medie aritmetiche, avrebbero persino dovuto darle solo insufficienze, anche se in realtà Hagar valeva nove. Fu così che gli insegnanti accettarono il fatto che ognuno aveva i suoi cavoli a cui pensare, anche se giovani, e che non si poteva stare chiusi in casa tutto il giorno a studiare, chi per un motivo e chi per un altro.

Provammo a stilare dei piani di interrogazioni, insegnanti e studenti insieme, dove ogni studente sapeva quando sarebbe stato interrogato, materia per materia, portando all’interrogazione tutto il programma fin lì svolto, e così facendo ottenemmo che la media dei voti di ogni studente si alzò, e tutti studiarono di più, e ognuno si responsabilizzò e si intese come il solo vero artefice del suo destino scolastico.

I cosiddetti asini, cioè i ripetenti dell’anno precedente, furono tutti promossi. E allora mi chiedo: Quei ragazzi erano mai stati veramente asini o era piuttosto il sistema ad averli ghettizzati perché poveri e lavoratori in nero già all’età di sedici anni?

I presidi e gli insegnanti non dovrebbero insegnare ai giovani a sapersi gestire il tempo come meglio credono? Non dovrebbero insegnare a ragionare per obiettivi, cosa che i giovani dovranno poi fare all’università, nel lavoro e per il resto della vita?

Ma la Moratti, anziché pensare a cambiare la mentalità e far sì che la scuola segua i tempi moderni, che fa invece? Introduce crediti e debiti, che altro non sono che una forma di finanziamento minorile. La Moratti introduce l’apprendistato, che consentirà ad un giovane di studiare poco e male una materia grazie alla sostituzione di quelle ore con un po’ di catena di montaggio in qualche azienda del cazzo presente nel circondario.

Ma questo davvero non è legalizzare il lavoro minorile?

Sappiamo tutti come sono intesi in Italia i contratti di apprendistato e non abbiamo affatto dimenticato i loro antenati, i vecchi contratti formazione e lavoro. La Moratti però non le sa queste cose. E come può saperle dal momento che di mestiere faceva il Ministro dell’Istruzione e della Ricerca e ora ricopre la carica di Sindaco di Milano?

Passiamo alle lauree. Servono? Secondo me non più. Non ha senso studiare solo ingegneria, economia, psicologia, lettere, matematica o sociologia. Non ha senso perché comunque ne usciremo tutti monchi: chi sordo, chi cieco, chi zoppo.

Vuol dire farsi un mazzo così per uscire fuori handicappati, mentre dall’altra parte c’è un mondo del lavoro che ci vorrebbe tutti supereroi. Che senso ha studiare cinque o più anni per acquisire il 20-30% delle competenze che servono nel lavoro se il restante 70-80% dovremo costruircelo da soli fuori dall’università?

Quindi, come dovrebbe essere fatta l’Università oggi?

Ognuno dovrebbe poter studiare quello che gli pare. Piani di studio individuali e dove la scelta non si limita più alle materie della propria facoltà. Nel mondo del lavoro i veri manager sono quelli che hanno sviluppato competenze molteplici e trasversali, fondendole insieme a formare un’unica conoscenza nella loro testa: quella del Business. Perché, allora, non vedere di buon occhio che ognuno studi quello che gli pare, mettendogli a disposizione un numero di materie da lui sceglibili pari almeno a tre o quattro corsi di laurea umanistici e scientifici insieme?

Con che titolo si esce? Ma perché in Italia contano ancora i titoli? Un tempo sì, certo che contavano, e molto anche, ma dopo la Riforma Biagi sono meno che carta straccia.

Titolo di studio? Laureato.

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Martedì, 05. Giugno 2007
Il Teorema del Detenuto
By hagaris2, 15:17

Questo Teorema non si riferisce ai criminali che scontano la loro doverosa pena in carcere, ma alle persone per bene - e sono tante - che in Italia la società emargina PEGGIO che se fossero criminali.

Sono i cosiddetti Over40, che dal giorno in cui perdono il lavoro diventano per tutti dei pesi morti. Ma sono anche gli Over30, perché fanno la stessa fine degli Over40 se solo la loro azienda fallisce (e magari per bancarotta fraudolenta) e non hanno subito pronta la raccomandazione giusta per cambiare lavoro.    

Ipotesi: 

La Velocità è spazio fratto tempo                                [v = s / t]

Il Lavoro (*) è forza per spostamento                          [L = F * s]

La Potenza è lavoro fratto tempo                                [P = L / t]

L’Energia è potenza per tempo                                   [E = P * t]

L’Energia è massa per velocità della luce al quadrato      [E = m * c2]

Il restringimento dello spazio di vita di una persona (s), comporta una diminuzione della velocità e del Lavoro. Diminuendo velocità e lavoro, diminuiranno anche la Potenza e l’Energia.

Tesi:

La limitazione della spazio di vita di una persona comporta un calo di Energia (vitale). Quando un lavoro non viene compiuto (caso tipico del detenuto), non è l’energia cinetica a risentirne, bensì l’Energia potenziale, ossia la propria percezione di poter compiere sforzi anche molto grandi e prolungati nel tempo. In questo contesto, quindi, si può a ragione parlare di calo del livello del proprio Self-Empowerment.

Corollario:

Fin qui le cose andrebbero ancora bene, se non fosse che il drastico restringimento dei limiti fisici di una persona non comportassero anche lo scatenarsi di un altro fenomeno, che è la dilatazione del tempo. Quando una persona non può più vivere in modo soddisfacente il suo qui ed ora, accade che il vuoto del presente diviene talmente insopportabile da dover essere necessariamente occupato da qualcosa e questo qualcosa è il tempo passato, con dimensione di gran lunga superiore al presente.

Pertanto:

La forte limitazione dello spazio di vita di una persona comporta un grosso calo di velocità (da un lato diminuisce lo spazio e dall’altro aumenta il tempo) e, conseguentemente, dell’Energia potenziale della persona, ossia, come dicevamo sopra, del suo livello di Self-Empowerment.   

(*) Quello che per noi rappresenta una fatica (sollevare una sedia, spingere una macchina), per la Fisica è Lavoro.

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Domenica, 20. Maggio 2007
La migliore perde. Fate il vostro gioco, signori!
By hagaris2, 14:43

Nel film A Beautiful Mind la scena principale è quella del bar dove John Nash avrà l’ispirazione che farà di lui uno dei Premi Nobel per l’Economia più famosi di tutti i tempi.

La scena è la seguente: John Nash e i suoi amici d’università discutono al bar di matematica e nel frattempo bevono allegramente quando ad un tratto entra nel bar un gruppetto di ragazze, fra cui una bellissima, molto più bella di tutte le altre.

In un primo momento John Nash e i suoi amici vorrebbero tutti invitare lei a ballare, la più bella, ma proprio in quel momento Nash intuisce che se lo avessero fatto avrebbero commesso un grave errore. E quindi Adam Smith andava rivisto perché incompleto.

In un gruppo NON si massimizzano i risultati se ognuno fa quello che è meglio per sé - come sosteneva A. Smith - ma se ognuno fa quello che è meglio per sé e per gli altri componenti del gruppo.

Questo è quanto sosteneva John Nash, dimostrandolo poi matematicamente.

Tradotto nella scena del bar e delle ragazze significava che se tutti i ragazzi avessero invitato a ballare la ragazza più bella, questa avrebbe potuto accettare solo uno dei loro inviti, o addirittura nessuno, col risultato che sarebbe stato poi molto difficile ripiegare con successo sulle altre, meno belle di lei, ma che per orgoglio avrebbero a quel punto rifiutato qualsiasi invito da parte loro. Se nessuno avesse quindi invitato a ballare la più bella ma una qualunque delle altre ragazze... allora, come dice John Nash nel film, più possibilità per tutti di scopare.

John Nash dimostrerà matematicamente quella che diventerà dopo molti anni la regola madre della Teoria dei Giochi fondata sull'equilibrio ed applicata a tutte le situazioni di conflitto nelle quali si cercano soluzioni competitive basate su meccanismi di cooperazione.

C’è qualcuno che resta fregato, però. LA PIU' BELLA.

Incredibile ma vero, alla fine chi ci rimette è proprio la più bella, o generalizzando la migliore.

Serve quindi un altro John Nash che ci spieghi al più presto che mosse dovrà fare lei, la migliore, per restare in gioco e massimizzare le sue probabilità di successo.

La migliore è una giocatrice come tutte le altre, infatti, ma perde perché di fatto non le è concessa facoltà di mossa.

Non è accettabile che alla fine ci rimetti proprio lei. Non è corretto metterla fuori gioco così, rendendola vittima della sua stessa superiorità, perché la selezione naturale, cara a molti, prevede per lei una probabilità di vincita superiore alle altre e non inferiore. Come non tenerne conto?

Lo studio delle strategie competitive, inoltre, non può prescindere dall’analisi di tutte le possibili mosse effettuabili da ogni partecipante al gioco, lei compresa, che di fatto non si fa muovere.

Allora, che mossa facciamo fare noi alla più bella?

La facciamo uscire dal gruppo.

La donna migliore NON deve entrare in competizione con nessuno se le scelte saranno scelte di gruppo e non individuali. La donna migliore NON dovrà entrare in partita come membro di un gruppo perché solo nel rapporto 1 ad 1 risiede la sua massima possibilità di vittoria, così come nelle logiche di gruppo risiede la sua massima probabilità di sconfitta.

Paradossale? Mica tanto, direi.

E cosa succede, invece, quando sono le donne a scegliere?

Oggi come oggi sarebbe impensabile una cosa del genere, e non solo perché gli uomini non hanno ancora "concesso" tale facoltà alle donne, ma principalmente perché le donne sono assolutamente incapaci di competere nei giochi di squadra. Non ne conoscono ancora le dinamiche, non li amano, non ne sono neanche attratte e forse persino li sdegnano, additandoli come nemici della loro femminilità. Ma non è così, perché il gioco a squadre è quello della vita ormai, solo che le donne questo non lo sanno ancora. E nessun uomo ha interesse a spiegarlo loro.

E’ il gioco della guerra e della strategia (le regole, sia ben chiaro, sono note a tutti i partecipanti e da tutti rispettate, altrimenti non si parla più di Teoria dei Giochi ma di qualcos’altro che di bello non ha assolutamente nulla).

Le donne, quando si trovano in gruppo, concepiscono ancora la competizione unicamente come distruzione reciproca, e questo meccanismo porta alla loro eliminazione da qualsiasi competizione.

Nell’Isola dei Famosi 2005 ho visto da parte delle donne mettere in atto questo comportamento infinite volte. I superstiti alla fine erano sempre uomini, poiché le donne si erano eliminate a vicenda in una guerra senza esclusione di colpi, e un attimo dopo i maschi, coalizzati in una serie interminabile di patti di non belligeranza e/o alleanza, facevano fuori l’ultima rimasta. In quel momento, triste a dirsi, iniziava il gioco. Le donne non sono in grado di maneggiare quell’arma tanto potente che si chiama “alleanza strategica”.

Nella penultima edizione dell’Isola dei Famosi, però, ci sono riuscite, anche se a fatica. La loro, infatti, non è stata una scelta spontanea o ragionata, ma un seguire pedissequamente il consiglio martellante proveniente dalla straordinaria Simona Ventura, che le convinse a provare a coalizzarsi fra loro, per saggiarne quantomeno i benefici e poi, in caso di insuccesso, riprendere a scannarsi come avevano già iniziato a fare. Hanno seguito i consigli della Ventura ed è andata molto bene per loro, tant’è che per la prima volta ha vinto l'Isola una donna. C’è da dire anche che gli uomini non sono stati in grado di opporre alcuna resistenza perché dediti al riposo e alla cure del corpo molto più delle donne, favorendo così la loro vittoria.

Ma direi di più: quello che hanno favorito per la prima volta è stato che la conduzione del gioco fosse interamente nelle mani delle donne e questa cosa è infinitamente più grave del semplice perdere la partita.

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